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03 dicembre 2014

Il lato più duro del grunge: i Soundgarden, ieri e oggi

Il Grunge di Seattle dagli Anni Novanta ai giorni nostri.

Chris Cornell Soundgarden

Tre decadi. Musicalmente, una vita. Per i fan della prima ora, anche qualcosa in più: una storia che unisce, con uno iato di tredici anni, il “Seattle sound” ai giorni nostri.
La pubblicazione, il 24 novembre, da parte dei Soundgarden di “Echo Of Miles: Scattered Tracks Across The Path” – tripla raccolta di “rarities”, live e inediti – è l’occasione per celebrare il trentennale della band americana (fondata proprio nel 1984), ma anche per riprendere un discorso interrotto a seguito dello scioglimento del 1997.
Un modo per andare avanti, dal momento che nel 2015 c’è in ballo l’uscita del settimo album, ma senza dimenticare di guardarsi indietro, dal momento che quella del frontman Chris Cornell è una delle formazioni meno celebrate ma più coerenti del rock moderno.

“Heavy” grunge
La storia dei Soundgarden comincia a Seattle a metà anni Ottanta. E il loro successo deve molto alla scena musicale cittadina di quel periodo, come anche il fatto di aver “pagato dazio” nell’esordine all’ombra dei Nirvana di Kurt Cobain (anche loro originari della “emerald city”), pur essendo stati i primi ad aver firmato per una major.
Tuttavia, all’interno del fenomeno grunge, i Soundgarden sono dei caposcuola: questo nonostante siano stati tra i pochi, assieme agli Alice In Chains, ad aver sperimentato delle sonorità più dure, vicine all’heavy metal e allo “stoner rock”.
Dopo aver esordito con “Ultramega OK”, e aver trovato una line-up stabile col bassista Ben Shepherd che si unisce a Cornell e Kim Thayil (le vere “eminenze grigie” del progetto), è il biennio 1989-1991 quello decisivo: prima la firma per una grande casa discografica, poi la pubblicazione, nell’ordine, di “Louder Than Love” e “Badmotorfinger”. La voce potente di Cornell, grazie alla quale i Soundgarden sono stati accostati ai Led Zeppelin, supportata da un impressionante muro del suono, diviene un marchio di fabbrica e fa proseliti tra i fan.

Il boom
E’ grazie al traino di altre due band che il nome dei Soundgarden comincia a circolare. Dopo il progetto parallelo “The Temple Of Dog”, nato in collaborazione con gli allora misconosciuti Pearl Jam, arriva l’esperienza come gruppo di supporto al tour “Use Your Illusion” dei Guns N’ Roses: all’epoca, far parte del mirabolante carrozzone messo su da Axl Rose e Slash garantiva una cassa di risonanza inimmaginabile.
Da lì a “Superunknown”, l’album della consacrazione, il passo è breve: anticipato dal singolo “Spoonman”, il disco segna la maturità del gruppo, capace di rinnovarsi nel look come nella maggior articolazione sonora, lontana dall’hard rock degli inizi. Le tematiche restano impegnate ma, all’occasionale umorismo dei brani precedenti, in “Superunknown” subentra un’aura oscura e grave. “Black Hole Sun”, il pezzo più celebre, fa incetta di premi anche agli “MTV Awards” e segna l’apice di un anno da incorniciare.

Ritorno al futuro
Anche se nel 1996, gravato da aspettative esagerate, arriva “Down On The Upside” (stroncato per via di critiche ingenerose quali “troppo commerciale”), era chiaro che la vicenda dei Soundgarden si era chiusa nel 1994.
Ci sono state le esperienze soliste come quella interlocutoria di Cornell con gli Audioslave: ma è l’inattesa reunion del 2010 che riprende un discorso interrotto 16 anni prima. Con “King Animal” i quattro di Seattle sono tornati a riflettere su di sé, facendo il punto della situazione con un disco onesto e per nulla autocitazionista. Quest’album lo si può considerare come la prova generale per il lavoro che dovrebbe vedere la luce nel 2015, e di cui “Echo Of Miles” (raccolta curata da Thayil) assieme al nuovo singolo “Storm” costituiscono una sorta di anteprima. In attesa di riportare la Generazione X di fine anni Ottanta a quella gloriosa stagione: così breve eppure così intensa.

Photo Credit: Focka, NRK P3Peterras




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