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26 ottobre 2016

Il Partito Pirata: perché “rischia” di vincere le elezioni nel suo Paese.

Chi sono e cosa vogliono i nuovi "attivisti-pirati" d'Islanda.

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Tortuga è il quartiere generale dei pirati islandesi: situato nella zona del vecchio porto, proprio davanti all’Oceano, è una bandiera col simbolo pirata ad annunciare che sei arrivato nel posto giusto. All’interno i pirati sono gli attivisti e i candidati alle elezioni del Partito Pirata Islandese, nato 10 anni fa sulla scia del Pyratbyran svedese di Rickard Falkvinge.

Capitanati dalla poetessa Birgitte Jonsdottir, sono la speranza di un quarto degli islandesi di mettere fine alla corruzione del Paese e impedire la privatizzazione di servizi pubblici essenziali: i sondaggi li accreditano in questo momento al 25%.
Hanno le idee molto chiare: tutti dicono che non è possibile lasciare il paese in mano a un’oligarchia di imprenditori della pesca, la loro maggiore industria. E sono preoccupati degli effetti della crisi economica degli ultimi anni che ha eroso uno stile di vita e un welfare invidiabili.

Le radici del Piratar (così si chiama), affondano comunque nella difesa dei diritti civili e delle libertà digitali, ma questi pirati sono più attenti di altri all’economia reale. È questo che li ha trasformati da movimento di nicchia a partito che vuole giocare sul tavolo del governo. E ci riuscirà se, come dicono alcuni sondaggi, manderanno almeno 15 rappresentanti in parlamento a sostenere un governo di coalizione, con chiunque voglia contribuire a un cambiamento di sistema.

Nessuno degli attivisti o dei candidati è un politico di professione. Persino uno dei tre rappresentanti attualmente in Parlamento ha deciso di non ricandidarsi per tornare a occuparsi del lavoro precedente e della famiglia. Gente normale, di ogni estrazione, senza brama di potere, che discute e decide in maniera orizzontale, senza mai alzare la voce.

Sara, che ha appena finito di dipingere un quadro ed ha ancora le dita macchiate di blu oceano, tra una telefonata e l’altro al marito che tiene i bambini quando va al partito, ci dice che la sua battaglia è per l’assistenza sanitaria. Coinvolta nel partito solo due anni fa dopo le proteste dei medici contro i tagli alla sanità, è schierata per il rafforzamento del welfare per i meno abbienti, quelli che non si vedono, ma che ci sono, anche nella ricca Islanda.




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