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15 aprile 2017

Parlano male del capo su WhatsApp, un collega spiffera tutto e scatta il licenziamento.

E' accaduto a Parma e l'accusa è "diffamazione".

vita-da-ufficio

E’ accaduto a Parma. Due dipendenti di una azienda che si occupa di confezionamento di prodotti alimentari e ortofrutticoli si sono viste recapitare  una contestazione disciplinare e poi la lettera di licenziamento. Tutta colpa di qualche parola di troppo sfuggita su una chat (parole non propriamente benevole rivolte al proprio capo). Un collega, presente nel gruppo di WhatsApp, ha pensato bene di stampare le conversazioni incriminate e le ha portato al titolare dell’impresa, chiaramente escluso da quella chat. Da lì la decisione di mandarle a casa.

Le operaie si sono così rivolte al sindacato e il Fai Cisl. il quale ha contestato “la sproporzione tra la sanzione e il comportamento delle dipendenti“.” In ogni contenzioso si parte sempre dal richiamo verbale, per poi passare al rimprovero scritto, alla multa, alla sospensione dal lavoro e della retribuzione per un massimo di tre giorni” ha spiegato al Corriere della Sera la legale del sindacato, sottolineando così l’assenza di criteri di gradualità. “Di fronte alla condotta del responsabile, che le due operaie giudicavano vessatoria perché minacciava costantemente il licenziamento e denigrava quotidianamente le dipendenti, loro hanno reagito sfogandosi su WhatsApp con i toni colloquiali tipici delle chat sul telefonino“, chiude l’avvocato.

Carlo Blengino, un penalista espero di web e nuovi media, ha fatto chiarezza sull’accaduto: “Il problema non si porrebbe se lo scambio avvenisse soltanto tra due persone. È diverso se i partecipanti alla chat sono di più: in questo caso scatta la diffamazione. Non dobbiamo pensare che in Rete si applichino regole diverse rispetto a quelle che valgono per la realtà analogica: se parlo male di una terza persona al bar davanti a testimoni e uno di loro lo riferisce all’interessato, lui è subito chiamato in causa e può agire di conseguenza“.




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