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01 agosto 2014

L’illusione della carne: le sculture di Rodin

“Sono un ponte che unisce due rive, il passato e il presente”. Ecco come si autodefiniva lo scultore della carne, Auguste Rodin

L'illusione della carne: le sculture di Rodin

Se Francia significa atmosfera artistica pura, allora scultura francese è sinonimo di Auguste Rodin. Definito “l’erede di Michelangelo”, il famoso pittore e scultore morto nel 1917 all’età di settantasette anni, è una delle pietre miliari dell’arte a tutto tondo, francese e mondiale.

Nato a Parigi nel 1840, nello stesso anno di Claude Monet, fin da bambino dimostra una grande propensione per il disegno. Frequenta la Petite Ecole dove studia pittura e disegno ma deciderà in seguito di abbandonarla per distaccarsi da alcuni docenti che imponevano lo stile neoclassico dominante, ostacolando la libera ricerca artistica personale. Come tanti grandi artisti, per vent’anni si troverà a guadagnarsi da vivere lavorando come artigiano e decoratore.

L’importanza storica di Rodin sta nel cosciente abbandono della tradizione classica greca e romana in campo scultoreo, e nell’apertura della strada all’elogio della realtà. Superando la rappresentazione idealizzata delle forme, del corpo umano in particolare, e la bellezza puramente decorativa dettata dal Barocco e Neobarocco, lo scultore francese esalta l’estetica del singolo individuo a tal punto da rendere l’illusione della vera carne. Carne non solo carnale ma intrisa di emozioni umane, come in opere celebri quali Il Pensatore, Il bacio e La mano di Dio.

Per rendere tale verità del corpo e dell’anima, Rodin si avvale di luci e ombre, di torsioni e del non finito. Queste ultime due caratteristiche sono chiaramente riprese dal grande Michelangelo, a cui si ispira costantemente nel corso della sua vita. Mentre i contrasti chiaroscurali svelano la personalità dei soggetti, le forme, inglobate provvisoriamente e per sempre nella pietra, comunicano con l’osservatore.

Importante è ricordare che Rodin, quando lavorava nel proprio studio, chiedeva ai modelli di muoversi liberamente davanti a lui, piuttosto che assumere false pose da accademia. Il non finito permette inoltre di imprigionare le sculture nella pietra, proprio per renderle vive. Era, infatti, convinto che solo in questo modo si potesse preservare la freschezza dell’espressione. Il finire, il completare l’opera, le avrebbe rese meno vive.

Nessun dubbio sulla potenza e l’importanza di tale artista e delle sue opere, di cui sessanta sono state recentemente ospitate a Roma nelle grandi aule delle Terme di Diocleziano, per una mostra che contrappone il grande scultore moderno all’infinita grandezza dell’arte classica romana.




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