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08 luglio 2014

L’ultima ruota del carro: piccola storia di nessuno

L'ultima ruota del carro forse è l'opera più profonda di Giovanni Veronesi

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Partendo dal 1967 fino ai giorni nostri, Elio Germano si carica sulle spalle la storia di un uomo qualunque e dell’Italia tutta ed è il sole attorno a cui gravita L’ultima ruota del carro. Film d’apertura del Festival di Roma, L’ultima ruota del carro forse è l’opera più profonda di Giovanni Veronesi, che in passato ha dispensato istruzioni amorose e consigli per madri e padri con la trilogia di Manuale d’amore e con Genitori & figli – Agitare bene prima dell’uso.

Ora il regista toscano si concentra su un personaggio semplice e generoso, verace e plebeo, ispirandosi a Ernesto Fioretti, un autista di produzione romano poco più che sessantenne di cui nel tempo Veronesi è diventato amico. Il 90% di quello che la pellicola racconta è vita vera, sudata e vissuta. A interpretare questo personaggio del popolo ingenuo e sincero c’è Germano, come suo solito energico e assoluto, capace di vibrare di tensione in ogni muscolo del suo fisico gracile. È un vero accentratore emotivo: accanto a lui tutto il cast gode del suo formidabile carisma, da Alessandra Mastronardi che interpreta la sua compagna fedele a Ricky Memphis, il migliore amico incline alle scorciatoie illecite tipiche di tanta nostra Italia, da Alessandro Haber pittore di pop art a Sergio Rubini, viscido truffaldino legato agli scandali del partito socialista di Craxi.

Ancora una volta, però, come in La nostra vita (2010), il giovane e talentuoso attore interpreta un romano di estrazione popolare in tutta la sua romanità: sarebbe bello gustarlo più spesso in ruoli diversi. Tra sorrisi lievi, qualche lacrima e pure qualche inesorabile sbadiglio, in 113 minuti L’ultima ruota del carro percorre l’esistenza onesta e appassionata di Ernesto e parallelamente le gioie e le magagne italiche. Se i momenti che si concentrano su Ernesto sono per lo più intensi e coinvolgenti, quando Veronesi si allarga sulla storia tricolore (dall’uccisione di Aldo Moro alla vittoria del Mondiali di calcio a Mani pulite) la sua regia è invece più scolastica e meno riuscita. Ai suoi personaggi affida commenti ai fatti di cronaca in maniera un po’ scontata e posticcia.
La seconda parte del film, complice sul finale un trucco che invecchia gli attori in modo poco credibile, perde in freschezza e concede momenti di stanchezza.

Rivivere alcuni dettagli di quotidianità passata ha comunque un dolce sapore, seppur la narrazione e la fotografia non calchino la mano sull’effetto nostalgia: ecco la Ritmo 60, le canzoni dei Duran Duran, le musicassette da duplicare per gli amici, Bruno Conti in campo, la parsimonia nelle telefonate interurbane, la carta da parati ai muri, il Commodore e le prime puntate del Maurizio Costanzo Show… Fino ad arrivare ai plastici di Porta a Porta. Sul filo dei ricordi, ha l’effetto piacevole di una madeleine ritrovare nel cast, tra i parenti di Ernesto, Francesca Antonelli, la franca Stefania della serie TV anni ’90 I ragazzi del muretto.




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